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Costruito sulla parte più elevata della città, con la sua imponente mole secentesca il Duomo piazzase domina tutto l'abitato cittadino, gareggiando in altezza con le circostanti colline perennemente ricoperte di verde.
Del precedente tempio a tre navate divise da quattordici robusti pilieri con ricchi capitelli ed eleganti basi,non rimane più nulla tranne la maestosa torre campanaria e l'arco della Cappella Trigona, scolpito in pietra alabastrina da Antonuzzo Gagini nel 1594 rimon nedecorazione del battistero sul fianco interno della stessa torre. Quest'ultima era stata eretta in due tempi. La parte inferiore, che si accordava nello stile ogivale catalano alla vecchia costruzione trecentesca della chiesa,era stata costruita quale testimonianza di fede della cittadinanza per la liberazione ottenuta dalla peste, nel 1517, mentre la parte superiore, in stile cinquecentesco, era stata aggiunta quale completamento dell'opera, dal maestro Nicola Calderaro da Petralia Sottana nell'anno 1578.
L'anzidetto tempio trecentesco era stato innalzato dopo il miracoloso rinvenimento dell'immagine sacra della Madonna delle Vittorie, avvenuta in occasione della tremenda peste del 1348, quella stessa di cui parla il Boccaccio.
Il Chiarandà,storico piazzese del XVII secolo, attribuiva la ciostruzione di detto tempio alla liberalità di Panfilia CAlascibetta.Ma invero,alla luce dei documenti,questa notizia va corretta.Panfilia Calascibetta non poteva costruire il Duomo piazzese, poichè ella visse circa due secoli dopo.Infatti era ancora in vita il 18 luglio del 1547. A lei si devono solo grandi elargizioni per ampliamenti e restauri nella stessa chiesa e in particolare nella parte absidale,dove era stata eretta la cappella gentilizia per la sepoltura del defunto marito Andrea e dei suoi.
Questa sacra mole trecentesca veniva demoliota a distanza di tanti anni: nel 1627 l'abside e nel 1705 il resto della chiesa, per dar posto all'attuale tempio costruito con i mezzi derivanti dall'eredità del Barone MArco Trigona.Questi,infatti,morendo nel 1598,fra le sue volontà testamentarie aveva ordinato che la Maggiore Chiesa di Piazza,sua erede universale,soddisfatti tutti i legati, dovesse con le rendite essere ampliata ed allargata nella fabbrica. A tale scopo il testatore stabiliva "Chi si mandinu a chiamariarchitetturi periti praticiet valenthomini in tali professioni per tuti li partiet lochi dillu mundu a spisi di issa Maiuri Ecclesia,quali architetturi venuti digianu fari lu disignu chi farannu et daranu csì si digia fari et exequiri cum li pariri dilli dicti esecuturi Fidecommissarij seu procuraturi".
Era compito dei Fidecommissari scegliere l'architetto ed approvare il disegno,il quale doveva soprattutto contemplare l'allargamento della chiesa dalla parte dell'abside per crearvi il coro dei canonici,che doveva avere l'altare portato in avanti
"Comu sta lu Coru et Altaru dilla Maiuri Ecclesia dilla nobili città di Missina".Nella stessa abside doveva pure trovare posto secondo le volontà testamentarie "Lu corpu di issu testaturi cum lu so monumentu seu sepultura". Con le stesse rendite si doveva ancora pensare al "Fastu et decoru,musica,giogalli et altri cosi necessari" per la chiesa.Ovviamente il primo pensiero dei Fidecommisari fu quello di provvedere alle nuove fabbriche del tempio.E,come voleva il testatore,entro l'anno della sua morte si invitarono architetti di nome a dar mano ai progetti.
Si esibirono nell'opera per primi Francesco Zaccarella napoletano e Giulio Lasso fiorentino,quest'ultimo architetto regio a Palermo ed ideatore dei Quattro Canti siti nella stessa città palermitana.Lo Zaccarella,che qualche anno prima aveva fornito ai Giurati della città di Caltagirone il disegno per la nuova chiesa di San Giuliano,era venuto a Piazza Armerina da Vizzini in compagnia del capo maestro e scultore Antonuzzo Gagini ed altri esperti nel settembre del 1598,al fine di
"Disignari et fari la pianta di la ecclesia nova" e vi si era intrattenuto per tre giorni. Il Gagini,che abitava a Caltagirone e che nel 1594 aveva scolpito in alabastro di Caltanissetta il pregevole arco della Cappella Trigona sotto il titolo dellìAnnunziata nella vecchia Matrice piazzese,ed anni prima l'altro arco non meno pregevole della Cappella Assaro nella chiesa di S.Pietro della stessa città, dove era stata sepolta nel 1597 Lauria Assaro, moglie di Marco Trigona,doveva ben conoscere lo Zaccarella,essendo anche lui impegnato nei lavori della nuova chiesa di S. Giuliano in Caltagirone.Inoltre l'anzidetto arco della Cappella Assaro porta la data 1612, ma questa data non è quella dell'esecuzione dell'operabensì quella del riassettamento di essa, operato dal maestro Antonino Arena "per essere detto arco fracassato",infatti Antonuzzo Gagini morì nel 1602.
Nell'ottobre del 1598 arriva a Piazza da Catania, espressamente chiamato dai Fidicommisari,l'architetto Giulio Lasso,in compagnia del gesuita fra Giacomo firini, pure architetto,
"per disignari la ecclesia et il modello conforme al ordine che lassao lo quondam Marco trigona per lo suo testamento".Rimasto per una settimana a Piazza,il Lasso era ripartito diretto a Messina,dopo aver osservato quanto c'era da fare insieme al gesuita fra Giacomo Firini,che dai suoi disegni doveva realizzare il modello.
Nel gennaio del 1599 il Lasso ritornò a Piazza con i disegni fatti e vi si intarttenne sette giorni
"per demostrari detto disegno a Mons. Parroco reverendissimo e a tutti quanti gentilomini di Piazza per dari sotisfationi di quello che si ha fatto et si haverà di fari".Ma dopo tutto questo,nulla si sa più del progetto del Lasso.Evidentemente non ebbe seguito,al pari di quello dello Zaccarella. i Fidecommisari con la loro incontentabilità nascondevano la loro lentezza nella decisione,mentre facilmente davano la precedenza a negozi secondari riguardanti arredi, ornamenti e cerimoniali,con rilevanti spese di gestione.Esauivano così gli introiti annuali a danno della costruzione,aspettando sempre le nuove maturazioni di rendite per darvi principio.
La palese lentezza dei Fidecommisari destò lamentele che arrivarono in alto,per cui il Vicerè,verso la fine del 1604,inviava a Piazza il giudice della Gran corte Dott. Don Cataldo fimia,che provvide a revisionare i conti ed a dare il giusto ritmo all'amministrazione,riportandola alle volontà del testatore,che fra lìaltro voleva che i Fidecommissari svolgessero il loro ufficio gratuitamente.
Presente il Fimia si procedeva a sistemare le ceneri del Trigona in un sarcofago scolpito dal marmoraro palermitano Raffaele Li Rapi e a far venire da Messina i valenti architetti Natale Masucci Gesuita ,giovanni Maffei e Simone Gullì, per fare un altro disegno e pianta della nuova chiesa. Il progetto della nuova chiesa fu approvato dallo stesso Cataldo Fimia e da molti nobili cittadini e presto si passò a dare inizio ai lavori che furono affidati alla direzione del Maffei per tre anni a datare dal 25 febbraio del 1605.
La pianta della nuova costruzione era basilicale,ampia e spaziosa e si estendeva attorno alla vecchia chiesa lasciandola nell'interno.Il nuovo tempio arieggiava quello di S.Pietro in roma ed aveva un orientamento opposto a quello esistente. L'abside,infatti,veniva a svilupparsi dalla parte e sul fianco del vecchio campanile (iniziato nel 1517 e completato nel 1578),cioè ad occidente,mentre l'ingresso veniva ad oriente,preceduta da una grandiosa gradinata che siprotendeva verso la pubblica piazza.Ma questo monumentale progetto ideato e studiato dai tre valentissimi architetti e di cui pure era stato fatto un modello di legno dal bravo intagliatore di Militello, maestro Guiovan Battista Baldanza,non andò oltre le fondazioni ditre lati.Il 31 dicembre del 1609 il Maffei cessava di essere stipendiato quale capo maestro della costruzione della nuova chiesa,perchè da elementi interessati fu ventilato il sospetto che la costruzione per la sua mole e per la natura del terreno mal si sarebbe retta in quel sito scosceso. Ma la verità era diversa. Dietro le quinte c'era l'influente prelato Dott. Don Francesco Inguardiola che nel diverso orientamento della nuova chiesa vedeva gettato in secondaria luce il suo palazzo che ora si trovava a fianco del prospetto principale della chiesa,ma che poi si sarebbe venuta a trovare nella parte postica.
dopo diversi sopralluoghi di architetti e di maesti fra cui quello dell'architetto palermitano Giuseppe giacalone e quella dei maestri Giandomenico gagini e giovanni Di Martino richiesti dal vescovo di Catania, Don Bonaventura Secusio, per cui furono proposte varie soluzioni ed alternative, e dopo i suggerimenti dati dall'architetto Tomaso Blandini,gesuita di Mineo e direttore dei lavori di Casa Professa in Palermo,sembrava,nel 1621,che la costruzione dovesse essere ripresa con i disegni di masucci,Maffei e Gullì.Ma alla ripresa dei lavori secondo il progetto dei detti architetti era di ostacolo la nuova costruzione del vescovato,edificio costruito nel 1674 su disegno di Giandomenico Gagini,su parte delle fondazioni del nuovo tempio allorchè si era abbandonata l'idea di realizzarlo.Per la demolizione di detto edificio era necessaria l'autorizzazione del Vescovo di Catania Mons. Torres. Ma questa non arrivò per la morte del presule seguita di lì a poco. Il nuovo Vescovo Don Innocenzo Massimi romano,venuto in Piazza in sacra visita nel 1627,prima di pronunciarsi sull'argomento,ritenne utile rimettersi al parere di un valente tecnico. Fece venire da Roma Orazio Torriani,allievo di Domenico Fontana e di questi collaboratore nel tempio di S. Lorenzo in Miranda. Il Torriani disegnò una nuova pianta del tempio piazzese,lascaindo ad esso il vecchio orientamento. esaudiva così il desiderio del prelato Mons. Inguardiola, che il nuovo vescovo catanese aveva riconfermato nella carica di Vicario Generale. L'impegno della costruzione secondo i disegni del Torriani (autore anche del progetto del Ponte di S. Francesco in Caltagirone),fu asssunto dai maestri G. Maria Cappelletti milanese e G. Domenico Costa messinese il 24 ottobre 1627. La chiesa progettata da Torriani era ad unica navata con cappelle laterali intercomunicanti. Tosto si dà principio a questa costruzione gettamndo le fondazioni dei pilastroni su cui doveva poi poggiarsi la cupola, che richiesero la demolizione dell'abside della vecchia chiesa trecentesca.
Dopo la morte del Capelletti,di cui
in loco si serviva il Torriani da roma per dirigere i lavori,nel 1634 veniva nominato capo maestro di valente architetto lucchese Francesco Buonamici. Questi rimase alla direzione di essi per ventitrè anni,lasciandola definitivamente nel novembre del 1657,quando si trasferì a Malta,per essere stato nominato architetto dell'Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani.Il Bonamici,pur adeguandosi per quanto gli fu possibile alla pianta progettata dal Torriani,le cui misure in palmi romani avevano causato grande confusione nei maestri locati,rifermò il disegno della chiesa nella parte superiore trasformandola pressochè nelle linee attuali. Nel partire per Malta egli lasciò istruzioni per il proseguimento dei lavori al capo maestro lacale Leonardo De Luca abile scarpellino,cui si deve in gran parte la scultura del portale principale del nuovo tempio con colonne tortili fastosamente ornate. Il De Luca che è anche l'autore del prospetto della chiesa di San Domenico di Aidone,diresse i lavori del Duomo piazzese fino al 1666, anno in cui per mancanza di fondi a disposizione,gli amministratori dell'eredità trigona furono costretti a sopsenderli per essere ripresi il 25 marzo del 1705.
In questo non breve periodo d'anni,si richiesero ancora pareri e relazioni a diversi architetti,fra cui a D. Michele Blasco da Sciacca,nel 1672. Ma nella ripresa dei lavori furono principalmente seguiti i disegni del Buonamici,revisionati dall'architetto catanese Alonzo Di Benedetto, per incarico avuto dal Vescovo di Catania Mons. Andrea Riggio.
Il disegno del Buonamici riguardante il prospetto della chiesa veniva per l'occasione dipinto in scala dal pittore caltagironese D.Salvatore Jurato e su di esso venivano apposte le misure calcolate da Fra Michele della Ferla dei minori riformati,secondo lo sviluppo grafico che ne aveva fatto il Blasco.
Il prospetto del tempio nel 1719 era all'altezza ove ora si trova l'epigrafe. Diresse i lavori di intaglio e di muratura il valente maestro messinese Giuseppe La Rosa, che li portò a compimento nel 1740. Nei due anni successivi furono realizzati i lavori interni,fra cui l'organo,opera di Donato del Piano;che si avvalse per le esterne ornamentazioni e gli intagli di maestri catanesi. Il tempio attuale veniva consacrato il 22 ottobre del 1742 dal Vescovo siracusano don Matteo Trigona.
Rimaneva ancora da costruire la cupola. Ormai le infiltrazioni di acque piovane non consentivano più di dilazionare l'opera. Fu dato incarico nel 1758 di preparare i disegni esecutivi sui progetti del Torriani e del buonamici,all'ingegnere Don Francesco Conti. Il 10 Maggio 1760,con grande festa si pose la prima pietra della cupola. I lavori in corso furono visitati e revisionati dall'architetto catanese Giuseppe Serafino che fornì anche disegni di particolari.Ma la nuova costruzione della cuopola non andò oltre il tamburo. Per voltare il padiglione di essa si ricorse all'opera del valente architetto catanese Francesco Battaglia che, per darle slancio progettò l'inalzamento del tamburo con una larga fascia di coronamento. L'opera così modificata fu ultimata sotto la direzione dello stesso Battaglia nel 1768. A completare l'imponebte architettura del tempio si aggiunsero nel 1881 le vistose scalinate alle tre porte progettate dall'architetto locale Giuseppe Giunta Bartoli.
Questi in sintesi i dati principali sulle vicende della costruzione del Duomo piazzese desunti dagli atti della Maremma e dei notai.
Durante i periodi di interruzione dei lavori murali, il tempio veniva arricchito di pregevolissime opere d'arte, fra cui i vasi d'argento forniti da Giuseppe Gagini nel 1608; la tela dell'Assunta dipinta dal pittore fiorentino Filippo Paladini a seguito di contratto in notar Sebastiano Lauri da Piazza del 24 ottobre del 1611; l'armadio ligneo della sacrestia intagliato nel 1612 da Gian Battista Baldanza da Militello; la custodia argentea della Madonna del Vessillo, cesellata dall'argentiere caltagironese Giuseppe Capra nel 1627; la piastra ornamentale in oro, argento e smalti per proteggere l'immagine della Patrona, ideata e realizzata dall'orafo palermitano Don Camillo Barbavara. Senza fermarci sulle antiche argenterie possedute dalla chiesa, come la cusodia del SS. Sacramento, di cui i documenti ci hanno rivelato l'autore ovvero Paolo Guarna, catanese, che la compì nel 1590, è importante soffermarsi sulla genesi dell'opera di Barbavara, ritenuta localmente quattrocentesca e di ignoto autore. Questa pregevolissima opera fu motivata dal miracolo della pioggia fatto dalla Vergine nella notte del 24 febbraio del 1628. L'arsura quasi estiva e persistente in quel mese invernale ritenuta foriera di una terrificante carestia, aveva spinto ai piedi della sacra immagine della Vergine grandi masse di popolo penitente.
La notte che precedeva il giorno destinato alla processione, nello stesso momento in cui la sacra immagine si scendeva dall'altare maggiore per prepararla per il trionfale trasporto per le vie cittadine addobbate festosamente, il cielo d'improvviso si ricoprì di nubi e cadde un'immensa quantità di pioggia ristoratrice, per cui si ebbe poi un abbondantissimo raccolto. In atto di doveroso ringraziamento fu dato incarico al maestro palermitano, sacerdote D. Camillo Barbavara di realizzare quest'insigne opera che fu consegnata nel novembre del 1632. Dello stesso maestro è il reliquario per i capelli della Vergine, opera non meno pregevole eseguita nel 1627, con abbondanza di oro e profusione di smalti. Il Barbavara, rettore della Chiesa di S. Matteo in Palermo, per le sue spiccate qualità di artista, fu protetto dal Cardinale Doria Arcivescovo di Palermo. Morì nel 1662 e le sue ossa riposano nell'anzidetta chiesa di S. Matteo in un marmoreo avello con mezzo busto e il nome cambiato nell'epigrafe in Barbavaga, certamente per errore di chi l'incise. Vanno ricordate inoltre le pitture del coretto medesimo realizzati nel 1670 dai maestri Filippo Grimaldi genovese, autore dei putti, e dai maestri Calogero e Giuseppe Calamaro da nicosia, autori degli ornati. Vanno anche ricordati il coro ligneo dei canonici intagliato nel 1795 dai maestri locali Domenico Parlagreco, Luigi Montalto e Liborio Parlagreco su disegno fornito dagli architetti francesco e Pietro Laganà da Modica; e infine all'altare maggiore in pietre dure di rilevante pregio, eseguito, unitamente al pavimento ed alla balaustra dell'abside, dal maestro palermitano Filippo Pinistri su disegno dell'architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia anch esso di Palermo, nonchè il rifacimento degli stucchi in tutta la chiesa (tranne quelli all'interno sulla porta principale), ad opera del maestro siracusano Gaetano Signorelli nel 1870.